Alcuni anni fa, presi una decisione che avrebbe segnato la mia vita: vivere da solo. I miei genitori avevano deciso di trasferirsi in un’altra città, ma io sentivo che il mio posto era ancora lì, dove ero cresciuto, tra quelle strade familiari, quelle voci conosciute, e quel vento che mi parlava di appartenenza.
Affittai una piccola stanza in una vecchia casa condivisa, modesta, ma sufficiente. Lavoravo nei magazzini di un hotel; non era un lavoro facile, ma c’era una certa stabilità, e mi permetteva di mantenermi.
In quel periodo, la mia fede bruciava con intensità. Ero un credente giovane, appassionato, completamente dedicato. Frequentavo la Chiesa Alleanza Cristiana e Missionaria, dove si respirava un profondo amore per la Parola. Ci riunivamo durante la settimana in piccoli gruppi — li chiamavamo “cellule” — per studiare le Scritture, condividere esperienze, riflettere su brani biblici. Quella comunione, semplice e sincera, mi sembrava meravigliosa. Vedere come Dio parlava in modi diversi attraverso altri fratelli mi commuoveva profondamente.
In mezzo a quell’entusiasmo spirituale, nacque un ministero che mi trasformò profondamente: un programma radiofonico.
Lo chiamammo Senza Etichette, e andava in onda in diretta dal lunedì al sabato, dalle 22:00 alle 23:00, su una delle emittenti evangeliche più antiche e amate della città. Non avevamo esperienza nella radio. Solo un gruppo di giovani pieni di fede, creatività, e un forte desiderio di parlare di Dio senza filtri né formalismi.
A me toccò fare il conduttore. Ogni sera, davanti al microfono, provavo una sensazione strana… come se non fossi io a parlare. Le parole fluivano con chiarezza e forza, e sapevo che non venivano da me. Era lo Spirito, che sussurrava all’orecchio di chi ascoltava.
Poco a poco, il programma crebbe. Senza sapere come, Senza Etichette divenne il più ascoltato nella sua fascia oraria. Eravamo semplici servitori, stanchi per il lavoro quotidiano, senza risorse né attrezzature sofisticate. Ma lo facevamo con amore, con dedizione, con una passione che superava i muri dello studio.
Eppure, non mancavano le notti difficili.
All’hotel non ci pagavano lo stipendio completo da mesi. Quel poco che ricevevo lo usavo per pagare l’affitto. Per fortuna, potevo pranzare nella mensa del lavoro. Ma la sera… spesso non avevo nulla da mangiare. Ricordo in particolare una notte.
Ero esausto. Avevamo appena concluso una trasmissione intensa. Chiusi la porta dello studio con la sensazione del dovere compiuto, ma il corpo era stanco e lo stomaco vuoto. Controllai le tasche: avevo solo i soldi per il biglietto del bus per tornare a casa. Salii sull’autobus e, mentre la città dormiva, iniziai a pregare in silenzio.
“Signore, non ti chiedo un banchetto. Ti chiedo solo di far passare questa sensazione di fame, almeno per stanotte.”
Arrivai a casa con il cuore pesante. Salii lentamente le scale. In cucina, che era condivisa, qualcosa attirò la mia attenzione: sul tavolo c’era un piatto fumante di lenticchie con riso, un uovo, un frutto, un bicchiere di succo… e un piccolo foglietto scritto a mano:
“Marko, questo è per te.”
Rimasi lì, in piedi, in silenzio. Le lacrime iniziarono a scendere. Non per la fame, ma per la certezza: Dio era lì.
Non solo mi aveva ascoltato. Aveva risposto. Aveva toccato il cuore della signora che mi affittava la stanza — lei, che non ne aveva alcun obbligo — e l’aveva spinta a lasciarmi quel gesto d’amore.
Quella notte non ho solo cenato. Quella notte la mia anima è stata nutrita.
Da quel momento so con certezza che Dio ascolta. Che conosce i nostri bisogni ancora prima che glieli esprimiamo. Che è fedele, vicino, e non abbandona mai chi lavora sinceramente per far conoscere il Suo nome.
Ogni volta che ricordo quel piatto di lenticchie, sento che fu Dio stesso a servirmelo.
E anche oggi, mentre scrivo queste righe, le lacrime tornano. Non per dolore, ma per una gratitudine profonda.